Figlia di Urbano, prefetto del municipio romano di Vulsinii, fu vittima di atroci martiri durante il periodo di Diocleziano a causa dell’amore provato verso la fede Cristiana e verso quel Vangelo predicato sulle rive del lago dai Santi Giorgio e Frontone.
Cristina venne iniziata alla religione Cristiana da un’amica e fedele ancella di palazzo.
Urbano, padre della giovane, venuto a sapere che la figlia aveva ripudiato le false divinità pagane per adorare l’unico vero Dio dei Cristiani, a cui aveva consacrato tutta la vita, la fece rinchiudere nella prigione del palazzo.
Neppure la madre recatasi nelle prigioni per incontrare la giovane riuscì a convincerla nel tornare sui suoi passi.
Udito il fallimento della madre, Urbano decise che l’unica soluzione per poter far cambiare idea alla figlia era la tortura.
A soli undici anni Cristina si ritrovò a dover subire le peggiori torture per mano del padre.
La prima tortura fu la Ruota.
Venne fatta legare ad una ruota uncinata, nella speranza che tornasse sulle sue decisioni, ma la giovane non si fece scoraggiare e dopo poco Urbano fece interrompere il tormento in quanto Cristina sembrava non risentirne minimamente.
Dopo il fallimento della ruota, Urbano, per soddisfare il suo orgoglio ferito decise di annegare la figlia Cristina nelle acque del lago di Bolsena; ordinò al suo più fidato sgherro di legare una pietra al collo della giovane e di gettarla nel punto più profondo del lago.
Dopo aver gettato il corpo della giovane nelle acque del lago, tutto sembrò finito, ma avvenne l’inaspettato, Cristina sfiorando le acque giunse a riva sana e salva.
Quella stessa notte Urbano morì.
I giorni che seguirono videro un nuovo prefetto, un certo Dione.
Egli, seguendo la sanguinosa terribile strada intrapresa da Urbano continuò le torture sulla giovane Cristina.
La fece denudare e la fece mettere in una caldaia a forma di culla contenete olio e pece bollente, ma l’onnipotenza Divina intervenne nuovamente salvando la giovane.
Dione, ferito nell’orgoglio, fece portare la fanciulla al tempio di Apollo, perché offrisse incenso alla statua del dio, ma le preghiere della giovane fecero crollare il tempio, ed una scheggia colpi Dione che morì.
Il nuovo successore Giuliano non fu meno crudele dei due predecessori, fece richiudere la giovane Cristina in una fornace, la fanciulla restò cinque giorni all’interno della fornace, e quando Giuliano si aspettava di trovare solo cenere restò di stucco nel constatare che la ragazza era viva e fresca come se uscisse da un bagno refrigerante.
Sconvolto e sbalordito chiamò un suo amico mago e decise di uccidere la giovane con dei serpenti velenosi.
L’effetto non fu quello desiderato, le aspidi invece di mordere la giovane morsero il mago uccidendolo.
Ormai preso dall’odio verso la giovane fanciulla Giuliano ordinò ai suoi arcieri di scagliare le loro frecce sull’immobile bambina.
Fu all’ora che il cuore della giovane che tanto aveva vibrato di amore per il suo Dio smise di Battere.
Era il 24 luglio del 304.
Tutt’ora il 24 luglio a Bolsena viene ricordato il martirio subito dalla Santa attraverso quadri plastici di rara bellezza che ripropongono le torture più atroci subite dalla Santa. (I misteri di Santa Cristina)